Sono partita, sono tornata e non me ne sono nemmeno accorta

Si fa per dire.

Sono tornata a Perugia ad un anno esatto per una coincidenza della data.

È un posto che mi piace.

La gente che ci vive mi affascina.

Ci sono luoghi in cui vivrei perché regalano una pace interiore. Ogni volta torno a casa con un qualcosa in più e non si tratta solo di cioccolata.

Osservare le vecchie costruzioni dal colore ramato, che sembrano delle immagini venute fuori dai libri di storia. Solo guardandole si scatena l’immaginazione: banchetti su spessi tavoli di legno e resistenti sgabelli, venditori di stoffe pregiate, uomini a cavallo pronti per le battaglie, donne che ricamano senza nessuna fretta.

Dal passato vengo catapultata al presente.

Mi ritrovo con degli amici a chiacchierare divertita, con in mano una bottiglia per qualcuno, un bicchiere per altri, con degli zingari che si definiscono italiani, perché sono nati nelle Marche, ma sono sinti.

Quanto è diverso il loro modo di pensare dal nostro? Noi siamo sempre proiettati nel futuro, facciamo tutto in funzione di questo, pensare al proprio domani. A loro interessa il presente, la giornata, anche se uomini e donne sono diversi.

Secondo l’uomo non si può lavorare sempre. Dal venerdì sera alla domenica è festa. La donna, al contrario, pensa al bene della figlia, come tutte le brave mamme, tutto ciò che guadagna con le giostrine è per farla studiare e soprattutto per poterle pagare il corso di ginnastica artistica.

Lei ha frequentato la scuola fino alla quinta elementare, è davvero una donna tosta.

Nel suo cabbiotto con i biglietti, che regala un sogno al bambino di passare da un cavallino, ad una macchinina, ad una moto e farlo felice. Io sulla sua sinistra seduta su di una panchina lei verso di me per raccontarsi, tra una sigaretta ed un’altra.

I primi giorni di scuola la figlia non aveva tutti i libri di prima media e la ragazzina era stata rimproverata dall’insegnante. Il mattino seguente si è presentata a scuola, ha fatto scendere “la maestra”, come la chiama lei, con l’elenco dei libri e lo scontrino, gliel’ha sventolati davanti ai suoi occhi e le ha detto ” Io ho pagato tutto, ma non sono arrivati”.

Questo suo modo di fare è per dimostrare che lei è una persona corretta.

Al marito più scendeva l’alcool in corpo e più parlava a ruota libera. La moglie lo guardava malissimo non per quello che diceva, ma per quanto beveva. Tutto quello che raccontava era accompagnato da una risata fragorosa e contagiosa.

Lui rivolto verso di noi, a bassa voce, altrimenti la moglie gli avrebbe lanciato qualcosa ” Era meglio quando si sballava almeno non rompeva i …”

Lui adesso è uno zingaro moderno, ha una casa, paga le bollette e FA LA DIFFERENZIATA. L’ho scritto in maiuscolo perché l’ha voluto specificare. Un suo amico, ascoltandolo ha chiesto ” Non differenzi più solo il rame dal ferro?” Altra risata di tutti, compresa la sua.

Alla domanda “Ma tua cognata non ha più i gonfiabili, cosa fa adesso?” La sua risposta ferma e decisa ” La zingara originale”.

Sono stata pochissimo tempo, ma la storia dello zingaro con il nome biblico e sua moglie, la conserverò tra i miei ricordi più belli.

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Ottobre

Il mese di Ottobre nella mia vita ha sempre segnato una fine e un inizio.

Era l’ottobre del 2008 e in men che non si dica mi sono ritrovata dal frequentare i soliti ambienti fino a cambiare completamente la mia vita.

Sono passati dieci anni.

Ho girato mezza Puglia. Di ogni posto ricordo un dettaglio.

Niente accade per caso, si dice. È arrivata in sordina, come un tarlo piano piano si fa strada. Ogni tanto dava piccoli segnali che non percepivo, ero presa da altro, non avevo il tempo di fermarmi e di sentire il grido di allarme che proveniva dal mio corpo.

Sempre di corsa con tante cose da fare e progetti da realizzare.

STOP

La calma fuori, la tempesta dentro.

Il mio mondo ovattato.

Non c’è più fretta.

Sono passati dieci anni.

Con calma mi sono ripresa la mia vita, ho allontanato chi per me era solo un nome, uno come tanti.

Ho iniziato a guardare oltre.

Ho iniziato a viaggiare ogni volta che ne avevo voglia.

Ho imparato a stare in silenzio.

Ho imparato a stare da sola.

Ho imparato a mettere a disposizione degli altri ciò che so fare.

Ho imparato a vivere.

Per me Ottobre è come se fosse il mese del mio compleanno.

Sono arrivata in un nuovo mondo non con la delicatezza, ma scaraventata in una realtà diversa. Dove niente si può organizzare, niente è uguale al giorno precedente. C’è una forza che annulla la mia, che mi sbatte in faccia la dura verità, non sono uguale agli altri e non lo saró mai più. (e meno male)

Il prato più bello del mondo

Oggi sono stata in un posto fantastico.

Era un prato grande.

C’erano bambini delle scuole elementari, solo qualcuno era già passato alle medie.

Si godevano le vacanze estive.

L’abbronzatura aveva preso la forma delle magliette e degli zoccoli, questi ultimi comprati al mercato il primo venerdì di vacanza. Questo sole l’avevano preso al mare, ma soprattutto nel prato, perché i papà lavoravano e al mare potevano andare solo la domenica.

Si trascorrevano lì le vacanze da giugno a settembre.

C’erano alberi e grosse pietre da una parte. I maschi più grandi costruivano la casa sugli alberi con del legno e dei chiodi racimolati dagli scarti dei falegnami. I chiodi storti prima di usarli venivano raddrizzati.

Le femmine erano le loro mogli e impiastricciavano con acqua e terra delle pietanze deliziose, che mettevano nei piattini delle bambole o in vecchi contenitori e padelle che le mamme non usavano più.

Vicino al prato ce ne era un altro pieno di rifiuti: bottiglie di birra, scatolame di pelati, di tonno e tanto altro. Lì andavano a fare “la spesa” le femmine come le brave massaie, riempivano le buste di plastica di quello che serviva.

Nessuno si ammalava, l’amuchina gel nemmeno esisteva.

A fine agosto fioriva una pianta spontanea che dava dei fiori grandi gialli, che venivano riempiti con un impasto di acqua e sabbia. Con il ” facciamo finta che” diventavano peperoni ripieni.

I bambini erano sorridenti, urlavano, scherzavano. Tutti si davano da fare per rendere più bello il prato.

Sulle grosse pietre si mettevano dei vecchi tessuti, diventavano all’occorrenza: poltrone, tavolo o letto.

Nei vasi improvvisati c’erano i papaveri o i fiorellini che piacevano tanto ad una pecorella che un vecchio anziano portava a far mangiare.

Alle 16.30 tutti seduti per la merenda che ogni mamma preparava per il proprio figlio: pane e peperonata, panino e formaggino, pane e ortaggi fritti e acqua. Appena finivano ecco che compariva il pallone e andavano al palo, tutti con le biciclette anche se era a pochi metri.

Una strada con un palo al centro diventava un campo sportivo. I maschi giocavano sempre, le femmine quando loro erano dispari o perché in pochi per formare le due squadre. Altrimenti se ne stavano sedute sui marciapiedi a fare il tifo.

Mentre giocavano spesso partiva lo zoccolo rosso di una femmina insieme al pallone e tutti ridevano.

Si riprendevano le biciclette e si tornava “giù al prato”. Giù perché era alla fine di una piccola discesa.

Li vedevi con le macchinine, sui marciapiedi, pronti per le gare. I più furbi avevano le “micro machines” c’era scritto sotto, che andavano più veloci e diritti, con quelle si vinceva di sicuro. Non si vinceva niente, ma eri il più forte.

Io ero lì che mi guardavo intorno.

Guardavo con gli occhi del passato.

Avevo meno di dieci anni.

Ero una di quelle femmine che tornava a casa tutta sporca, se non fosse che avessi la gonna e i capelli raccolti in una coda, potevo essere scambiata per un maschio per i miei comportamenti.

Gli zoccoli che volavano erano i miei, sempre rovinati alla punta.

Ho guardato con gli occhi di oggi.

C’erano gli alberi non potati, l’erba secca e la sterpaglia. Nessun bambino, niente chiasso nè risate rumorose.

Quello per me è, e sarà sempre il prato più bello del mondo.

Solo la prima mezz’ora del venerdì erano così pulite

La valigia

Nella vita bisogna avere sempre pronta una valigia.

Una valigia solo con l’essenziale da prendere al volo e andare via soprattutto quando le cose non vanno come dovrebbero.

Ci sono vari tipi di valigie. Io ne ho sperimentate di belle e di brutte.

Quelle pienissime che ti portano ad un trasferimento lunghissimo.

Quelle piene in base alla stagione per un trasferimento settimanale.

Quelle preparate lentamente perché ci sono nove mesi di tempo.

Quelle riempite in brevissimo tempo, per raggiungere qualcuno che non sta bene.

Quelle che ti prepari piano piano con l’aiuto, perché non hai la forza di pensare, di muoverti velocemente, per qualcuno sei un codice rosso.

Quelle che aggiungi roba, la togli, poi ci ripensi e rimetti e sono quelle delle vacanze.

Ho poi un’altra valigia che porto sempre con me, dentro di me, enorme, pesante, racchiude i miei pensieri, i miei sogni, i miei ricordi, il mio passato.

Una cosa è certa.

“Ci sono viaggi che si fanno con un unico bagaglio: il cuore.” (A.Hepburn)

Sono cose che capitano

Talvolta mi capita di rileggere ciò che scrivo.

Ripercorro le situazioni, i momenti che mi hanno portata a farlo.

Mi rendo conto di essere cambiata.

Negli ultimi mesi ancora di più.

Quante volte ho riso di gusto?

Quante volte ho sorriso?

Quante volte non sono serena?

Quante volte sono sfuggente?

Quante volte le lacrime scendono giù?

Certe battaglie sono difficili soprattutto quelle che si combattono contro se stessi.

Vado a letto la sera dicendomi “domani andrà meglio”, la speranza non mi abbandona mai, perché c’è la fede che le da’ una bella spinta di incoraggiamento.

Il domani non mi spaventa.

L’oggi mi disturba.

Difficilmente mi si vede tanto in giro. Soprattutto di giorno a piedi che passeggio per le strade di Locorotondo.

Capitano però delle situazioni che mi portano a farlo.

È successo lo scorso venerdì. Giornata del mercato settimanale. Da quanto tempo non ci andavo? Non me lo ricordo.

Io con Eliana a braccetto. Ora fermi a chiacchierare con una, ora un bacio veloce con un’altra.

Torniamo a casa. Sono stanca. Tutta colpa del caldo? Non lo è. Lo so bene!

Eliana di botto mi dice che devo scrivere una frase sui social.

Io la guardo, non riesco a capire.

Mi ha suggerito di avvisare tutti che la Sclerosi Multipla non è contagiosa.

Sono rimasta sbalordita e le ho chiesto il motivo.

Lei mi ha detto che mentre io chiacchieravo ora con uno e ora con un altro, c’è stata gente che ha fatto finta di non vedermi.

Lei è rimasta male. Capita di peggio, ma non serve che lei sappia.

Riflessione

Quando si sta bene tutto passa in secondo piano. Ti guardi intorno senza prestare attenzione. Stai bene con te stesso e di riflesso anche con gli altri.

Quando qualcosa non va per il verso giusto, il tuo sguardo si “allarga”. Si notano tante piccole sfaccettature. Si osservano gli altri. Spesso mi chiedo il perché di determinati comportamenti, viene più facile girare le spalle o attaccare con dolci parole piuttosto che tendere una mano o regalare un sorriso di incoraggiamento.

Questo è il “mio” periodo. Quello in cui osservo maggiormente.

Tante volte mi capita di incontrare gente in SAR, questo termine sta per sedia a rotelle.

Recentemente due situazioni mi hanno particolarmente colpita e portata a riflettere.

Erano entrambe due donne.

Entrambe erano spinte, una dal suo uomo, l’altra da sua madre.

Su nessuno dei loro volti c’era la serenità, piuttosto si leggeva rassegnazione.

Mi sono soffermata su chi le spingeva.

Il compagno ha scelto di proseguire la storia, nonostante dovesse imboccarla, farla bere, spostarle i capelli perché le sue mani erano immobili come le sue gambe.

La mamma non più giovane che era tornata a spingere come molti anni prima faceva con il passeggino.

Rifletto e mi chiudo nel mio silenzio.

Io so benissimo che la mia vita è come se fosse collegata ad un timer ad orologeria. Accadrà nonostante le terapie complicate da sopportare, le scelte difficili da prendere, accettando le conseguenze positive e negative.

Non penso quasi mai a quando accadrà, tranne quando acquisto un paio di scarpe e mi viene spontaneo pensare a chissà se consumerò le suole per l’utilizzo.

Concludo con le parole di una canzone:

Dio la mia voce sale al cielo

Dio ti prego agisci tu

Mio Dio

L’uomo che confida in te

Non é deluso

Se tutto sembra perso

Innalzo agli occhi al cielo

Dio so nulla posso io

Dio ogni cosa affido a te.

Mai dire mai

Io sono una di quelle persone che non conosce gli attori, i conduttori e tutti coloro che fanno parte del mondo dello spettacolo, un po’ perché ho difficoltà nel ricordare i nomi, un po’ perché non mi è mai interessata la loro vita.

Fino a poche settimane fa non leggevo le riviste di gossip e non spendevo un centesimo per acquistarle.

Succede che tutto può cambiare anche se in parte.

Un pomeriggio ero nel giardino a casa dei miei genitori. Sul tavolino c’era una copia di Dipiù.

L’ho aperta e ho iniziato a leggere.

Nella prima pagina c’era un fumetto.

Io che leggo i fumetti?????

Sí sí.

Un fumetto ispirato ad una poesia famosa.

Quella settimana c’era il testo e il fumetto di “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi” di Francesco Petrarca.

Da quel momento puntualmente il lunedì vado ad acquistare una copia. Leggo solo le prime tre pagine. Aspetto la domenica per strapparle dal giornale e inserirle nel raccoglitore.

Come si usa dire “MAI DIRE MAI”.