Voi non potete capire

Voi non potete capire la sensazione che vivo quando entro in un ospedale.

Senza fretta mi avvio verso l’ingresso, mi lascio superare, con i miei passi misuro ogni centimetro che mi portano in reparto.

Mi guardo intorno, aspetto, ascolto.

C’è un chiacchierio.

Ognuno racconta la sua esperienza.

Tutti sono seduti, chi su una comoda poltroncina, chi sulla sedia a rotelle.

Io resto in piedi.

Ci resterò fino a quando le mie gambe cederanno.

È presto, è ancora troppo presto, affinché questo possa succedere.

Sembra un incontro di sclerati anonimi.

Sorridono, parlano lentamente, sembrano quasi beati.

Io sono ancora in piedi ad aspettare il mio turno.

Loro parlano. Sono malati e lo danno a vedere.

Io penso a tutti i miei impegni. Con la mente scandisco ora per ora cosa mi aspetta in questa giornata: appuntamenti e riunione.

La parentesi “mia malattia” si chiude appena esco dal reparto.

Prima di uscire, mi volto verso di loro, sfoggio il mio sorriso smagliante e auguro una buona giornata a tutti.

Allungo il passo, manca poco e sono fuori dall’ospedale.

Mi viene voglia di alzare un braccio e di fare “ciao ciao” con la mano sia alla struttura sia a chi ci sta dentro, che si sente vittima della malattia.

Io vado a vivere la mia vita, incasinata come sempre, ma che mi regala ancora tante emozioni e scariche di adrenalina che voi non potete capire.

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Ad ognuno il proprio tempo

La PACE che cos’è?

Essere in PACE con gli altri e con se stessi, quanto difficile puo’ essere?

Abbiamo festeggiato il giorno delle Palme, la giornata ideale per recuperare i rapporti lacerati.

Quante situazioni in bilico abbiamo in piedi?

Siamo sempre sicuri di noi stessi, pensiamo di essere invincibili, perfetti e immortali. Andiamo sempre di corsa per raggiungere cosa?

Le morti veloci degli ultimi mesi, mi hanno fatto capire che non bisogna mai lasciare niente in sospeso. Rimandare a un domani che potrebbe non esserci.

A queste persone non è stato dato il tempo nemmeno di capire che cosa stesse loro accadendo, erano gli ultimi momenti della loro vita.

“Un abbraccio, un bacio, un grazie, un ciao, un ti voglio bene” io oggi rimpiango di non averlo dato e pronunciato, perchè pensavo di avere il tempo e invece mi sbagliavo.

Io avevo imparato a vivere la mia vita giorno per giorno, apprezzando ogni momento della mia giornata, ultimamente non lo stavo facendo, troppo presa da tante cose.

La settimana che sta per iniziare mi servirà per riflettere.

Quello che so per certo é che ognuno di noi ha delle croci, che non saranno mai dolorose più di quella che ha inchiodato Gesù.

11 ore

La caratteristica che ti accompagna è la lentezza.

Dovevo capirlo subito, ci hai impiegato 11 ore per decidere di venire al mondo.

Io dopo 5 ore ho deciso di vederti.

Sì proprio così.

Ho deciso.

Non era ancora terminato l’effetto dell’anestesia totale e mi dicevano:

– La vuoi vedere?

– No!

– È troppo bella!

– Come sono le orecchie e il naso?

– Perfetti.

MENTIVANO 😂😂😂

Continuavo a tenere gli occhi chiusi. Ero stanca . Era stato tutto difficile. Credevo di morire, poi una luce e subito dopo il buio.

Mi dicevano:

– La bambina ha fame.

– Datele da mangiare che me ne importa.

L’istinto materno era totalmente assente. Avevo 25 anni. Non ero cosciente.

Sei nata alle 13 ti ho presa in braccio alle 18.

Ti ho guardata.

Ti avevano vestita con ciò che avevo scelto.

Eri bella colorita e aspettavi me, aspettavi che io ti dessi da mangiare.

Da allora niente è stato più come prima.

Nel momento in cui ti sei attaccata al seno ( momento che è durato 14 mesi) la madre che era nascosta in me è venuta fuori.

Non smettevo di guardati, di accarezzarti. Controllavo le orecchie, come quelle del padre, controllavo il naso come quello del padre. Uffa!!!!(…)

Sei cresciuta.

Sono trascorsi 17 anni.

Con il tempo sei venuta fuori a mia immagine e somiglianza ( povero Francuccio).

Quando mi chiedi di raccontarti la storia della tua nascita, finisci sempre con il dirmi CHE MADRE SNATURATA e ridiamo.

Sì noi ridiamo sempre, nel bene e nel male cerchiamo qualcosa di positivo.

Sei diventata grande ma non oggi. Lo sei da quando a 6 anni sei stata costretta a diventarlo. Da quando hai avuto una madre che cercava di badare a te, nonostante non riuscisse a stare in piedi da sola.

MA CHI È LA MADRE E CHI È LA FIGLIA TRA LE DUE?

Scherziamo su questo.

LO SAI CHE IO SONO LA MADRE MIGLIORE DEL MONDO SOLO PERCHÉ HO LA FIGLIA MIGLIORE DEL MONDO.

Tanti auguri a te Eliana amoredellamammina. Non serve che io ti dica che ti voglio bene, tanto te lo ripeto continuamente.

Oggi è il tuo compleanno e cercherò di lasciarti in pace e so che quando leggerai ciò che ho scritto e soprattutto pubblicato mi urlerai MATER!!!

Una cosa è certa.

È vero ho sofferto per il dolore, ma soffrirei tante e tante volte ancora per riprovare la stessa gioia immensa che ho provato nel tenerti tra le mie braccia per la prima volta. Auguri Eliana ❤️

Mio compleanno seconda parte

Riassunto della giornata del mio compleanno.

Per iniziare bene la giornata, ieri mattina sono stata svegliata dallo squillo del cellulare.

– Pronto

– Come ti senti?

– Bene perché?

– Sei diventata più vecchia.

Allontano il telefono dal mio viso e il ditino lo faccio scivolare sul rosso della cornetta.

Conversazione chiusa

ERA FRANCO.

Metà mattinata squilla il cellulare.

– Pronto

– Buongiorno sono appena tornata

– Com’è andata?

– È stato brutto.

Subito dopo ha iniziato a raccontarmi come si era decomposto suo padre, aggiungendo tutti i dettagli del caso, tutti i particolari. Alla fine del discorso mi dice:

– Quando morirò non mi mettete tante robe che poi si attaccano alla pelle e non si riescono a pulire le ossa.

– Va bene. Prepara tutto il necessario che mi servirà per vestirti, così dopo 20 anni è sicuro che non resterà più niente di te.

Ridiamo.

– Parliamo di un’altra cosa. Tanti auguri.

– Grazie ci vediamo domani.

ERA MIA SUOCERA.

Ora di pranzo squilla il cellulare.

Numero con prefisso di Roma.

Sicuramente sarà il solito seccatore.

Prima chiamata non rispondo.

Seconda chiamata non rispondo.

Terza chiamata non rispondo.

Quarta chiamata. Squilla.

Mi assale un dubbio

E se fosse il Papa?

Rispondo.

– Pron…

Parte una voce metallica.

– Buon compleanno Rosanna. C’è un messaggio musicale per te. Ascoltalo. “Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri felici, tanti auguri a te”.

Peccato che hanno dimenticato di comunicarmi chi avesse avuto questo pensiero.

Durante il pranzo mentre si chiacchiera chiedo a Franco informazioni sull’ANELLO.

Dovete sapere che l’anello mi è stato regalato, ma non ho fatto in tempo a fotografarlo. Non è durato nemmeno da Natale a Santo Stefano, ma dall’inizio della messa fino all’inizio dell’omelia.

Mi stavo guardando l’anello al dito, bello, stupendo, l’avevo scelto io, avevo scelto quello perché ricco di significato, peccato che fosse anche pieno di maledizioni. Lo guardo e mi accorgo che è rotto.

Sì.

Aperto!

Sembrava fosse diventato un Septum ( anello al naso).

La giornata prosegue come ho già descritto.

Prima che andassi a dormire ricevo un messaggio da Annarita poeta.

Mi dedica una poesia che ovviamente pubblicherò.

Vado a letto, imposto la sveglia all’una e trentacinque.

Mi addormento.

Suona la sveglia.

Sveglio Franco.

TANTI AUGURI DI BUON COMPLEANNOOOOO!

Borbotta qualcosa di incomprensibile.

Poco mi importa.

Mi dispiace ma chi la fa l’aspetti😉

I messaggi di auguri che avrei avuto il piacere di leggere non ci sono stati.

Da lassù non si può scrivere, ma loro saranno sempre nel mio cuore e vicini a me.

Il vero regalo mi auguro di riceverlo tra qualche ora: iI risultato della risonanza che mi urla che niente è cambiato.

Mio compleanno prima parte

Sono giunta al termine di questa lunga giornata.

Sono rimasta piacevolmente stupita. Non vi nascondo che ho anche pianto.

Ho ricevuto una marea di messaggi su tutti i social.

Tutti hanno lasciato un segno.

Le parole di mia figlia di questa notte in uno stato su Instagram.

Gli audio dei bambini del primo anno di catechismo (8 anni).

I messaggi dalle 7 di mattina dei ragazzini del terzo anno di catechismo (10 anni).

I messaggi di auguri da chi il cammino di catechismo l’ha terminato due anni fa.

Una lettera fantastica dai ragazzi che mi seguono ovunque.

I messaggi dei “miei colleghi” di Chiesa pieni di stima nei miei confronti.

Quest’anno avevo deciso di non festeggiarlo. Di lasciare che questo giorno mi scivolasse addosso. Invece così non è stato. In breve tempo, la casa dove sono cresciuta si è riempita di gente con panini, dolci, torta e candeline. Le ho spente senza esprimere un desiderio.

Il bene che mi hanno dimostrato è andato oltre qualsiasi desiderio.

Tutti i regali ricevuti, inaspettati, mi hanno lasciata senza parole.

Tra questi un ritratto ad olio su tela. Mi ritrae con una collana con il simbolo del pesce.

L’artista che l’ha realizzato, l’ha accompagnato con un foglietto con il significato che riporto qui:

il Pesce in greco si dice IXTHYC (ichtùs). Disposte verticalmente, le lettere di questa parola formano un acronimo: Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.

Io non so se mi sono meritata tutte queste vostre attenzioni, ma sappiate che mi avete resa felice.

L’anello non c’è solo perché NON C’E’!

… se tornassi indietro rifarei tutto

Quando sei in una sala d’attesa, il tuo numero è KP 21 e sul display compare KP 06, ma c’è anche il KU è il KG a rotazione, qualcosa devo pur fare.

Scrivo.

Durante il tragitto, guardavo il cielo e pensavo a me da dodicenne.

Che tipa che ero.

Sempre in sella alla mia bicicletta, che cambiava colore in base all’ispirazione del momento o meglio, la mia scelta veniva influenzata dalla bomboletta spray esposta in vetrina, con i nuovi arrivi delle tonalità , che mio fratello mi comprava dal ferramenta di fiducia.

Al manubrio c’erano sempre le buste della spesa delle famiglie e nei vari scomparti del marsupio, la lista della spesa di ognuno con allegati i soldi, le vecchie lire.

Sfrecciavo tra le macchine, salivo e scendevo i marciapiedi, il vento in faccia che mi faceva sentire irraggiungibile e mentre pedalavo, con entrambe le mani mi sistemavo la lunga coda di capelli. Guardavo il cielo e pedalavo più forte. Quante cadute mi sarò presa? Tante! Le ginocchia portano ancora i segni.

Non mi spaventava niente, perché io andavo veloce e il pericolo non poteva raggiungermi.

Ero in seconda media, l’anno che ricorderò per sempre. A scuola non volevo andare, mi inventavo tutte le scuse possibili ed immaginabili, facevo i compiti solo perché mia madre restava seduta vicino. Mi faceva alzare dalla sedia solo se:

– avevo terminato i compiti

– cominciavo a ballare sulla sedia per un bisogno impellente e allo scadere del tempo per lei necessario, iniziava a minacciarmi di tornare immediatamente a studiare, altrimenti la bicicletta me la potevo sognare.

In quel periodo, la bici non la lasciavo mai e appena potevo me ne andavo in giro nei posti che preferivo.

Una mattina durante l’ora di religione, l’insegnante mi chiamò e davanti a tutti mi chiese:

“Rosanna ma sei diventata testimone di geova?”

A me testimone di geova?

Io che parlavo sempre con Gesù attraverso le preghiere, io che tutte le domeniche alle 9.30 ero seduta tra i banchi della chiesa, io che non mi perdevo nessun funerale, perché mia madre mi trascinava.

A me testimone di geova ???

Ero rossa in viso, non feci in tempo a rispondere che si alzó in piedi uno, mi puntó il dito e mi disse:

“Sì è vero l’ho vista io andare nella sala dei testimoni di geova”

La rabbia si trasformò in una mia risata. Tutti mi guardavano e la professoressa alquanto infastidita, mi chiedeva di rispondere invece di ridere.

Mi feci seria e risposi:

“Mica è colpa mia se la sala dei testimoni di geova si trova vicina alla salagiochi”.

Comincio’ a rimproverarmi e chiamó mia madre.

Ovviamente la bici mi venne tolta e restituita dopo 9 mesi e più di tutto la salagiochi potevo guardarla solo dall’esterno.

Oggi guardo il cielo e le nuvole che mi facevano sognare mentre correvo.

Oggi guardo le nuvole e mi perdo nelle forme.

È vero non posso usare più la bicicletta, ma posso continuare a sognare di farlo.

Quelle di oggi ricordano un merletto fatto all’uncinetto con i pippiolini. 🤪

Avete lo stesso nome: Graziella

Sono qui seduta su una sedia e ti guardo.

Questo letto è troppo grande e tu sei diventata piccolina.

Sei talmente debole che fatichi a stare in piedi.

Così delicata che ho paura di farti male, quando ti aiuto a metterti un po’ più su.

Nella casa c’è silenzio.

Questo silenzio aiuta a pensare e a riflettere.

Cosa siamo su questa terra?

Perché pensiamo sempre al nostro tornaconto personale?

Ci viene più facile stringere un pugno, che tendere la mano per aiutare gli altri.

Mi trovo qui a guardarti, nei tuoi novantatré anni ne hai viste di tutti i colori.

Mi torna in mente l’immagine di te sulla bicicletta, veloce come una gazzella che carica di buste di verdura e frutta del tuo orto, arrivavi a casa mia. Senza perder tempo, risalivi in groppa alla tua Graziella e sfrecciavi via per andare a preparare il pranzo al nonno, che tornava dai campi.

Prima di appisolarmi mi hai detto “Mi sa che è arrivato il momento che io me ne debbo andare”.

Cara nonnina vedrai che anche questa volta sarà solo un malanno passeggero. Resta qui con noi che di cose da vedere ne hai ancora tante.